Perché 500 giovani per la cultura: risponde il Ministro

Quando le risposte mettono a nudo il re

L’uscita del bando relativo a 500 posti di tirocinio del Decreto “Valore Cultura” è stato accolto con fragoroso rifiuto da migliaia di professionisti della cultura. A questi fanno da contraltare centinaia di giovani laureati che (pensano) di vedere in questa opportunità una possibilità di formazione spendibile nel mondo del lavoro. Le risposte del Ministro si possono sintetizzare in pochi punti:

  • avevamo 2,5 milioni di euro per la formazione e ci sembrava giusto spacchettarli in questo modo, creando tirocini
  • non è un concorso pubblico ma una possibilità offerta alle istituzioni di conoscere e formare i giovani
  • abbiamo richiesto requisiti alti per costruire un’Italia del merito
  • è un’occasione di formazione e non di concorrenza ai professionisti che ogni giorno lavorano nel settore

La giustificazione dell’errore è peggiore dell’errore stesso. Come ho provato a delineare nel precedente intervento su questo blog, i 2,5 milioni di euro potevano sì essere spesi in formazione, ma dando reali opportunità di lavoro ai ragazzi, facendoli entrare nelle aziende, mettendoli a contatto con progetti reali, finalizzati a qualcosa: qui invece il Ministero sceglie la strada interna, senza aver proposto alcun progetto di digitalizzazione e valorizzazione che non siano le parole stesse, dando quasi l’impressione che partecipare a questo bando consenta ai ragazzi di ottenere in futuro una via preferenziale nel mondo del lavoro e di futuri concorsi pubblici (altrimenti non si capisce perché il Ministro pone l’accento su quel far conoscere alle istituzioni i giovani): i giovani nelle istituzioni ci stanno tutti i giorni, grazie a progetti di studio, tesi di laurea, laurea specialistica, specializzazione e dottorato. Personalmente non conosco un solo archeologo che nella sua attività di ricerca non si sia dovuto confrontare con i funzionari delle varie istituzioni culturali (Musei, Archivi, Soprintendenze, etc.): ma questo il Ministro non può saperlo, perché lui non appartiene a questo mondo se non a livello nominale, grazie ad una carica conferitagli dal Governo attualmente in carica. Quindi, siccome il Ministero non può assumere, sceglie la strada della “collaborazione esterna” alla quale offrire a mala pena un rimborso spese.

La seconda grave topica è che il Ministero apre a questo bando di formazione tutta la gioventù italiana: non solo i laureati nel campo dei Beni Culturali e delle Scienze Umanistiche, ai quali non viene offerta nessuna via preferenziale pur trattandosi di un bando del MiBACT (come se un archeologo avesse possibilità di partecipare ai bandi di formazione in ingegneria, in architettura, etc.!), ma anche tutti i laureati nel campo delle scienze informatiche (cosa c’entra un laureato in sicurezza informatica nella digitalizzazione del patrimonio culturale non riesco a spiegarmelo: chiedo aiuto a quelli bravi) e chi più ne ha più ne metta. E al di là del voto di laurea, che mi sta benissimo portare a 110/110, si richiede non già una competenza diretta in questo settore (giusto un generico accenno al fatto che fanno punteggio attività formative di almeno 150 ore espletate in questo campo) ma una conoscenza dell’inglese a livello B2. A prescindere dal fatto che un tale livello di competenza i ragazzotti italiani se lo devono fare di tasca propria perché nessuna facoltà umanistica (che non sia lingua e letteratura straniera) dà la possibilità ai suoi studenti di preparare una certificazione del genere, giustamente qualcuno fa notare che ci si confronterà con documenti magari scritti in lingue antiche (latino e greco), per le quali l’inglese non fornisce alcuna comprensione ulteriore. E che dire dei documenti archivistici, scritti a mano secondo canoni medievali e post-medievali che richiedono competenze specifiche che solo gli archivisti acquisiscono, e non già un laureato in letteratura contemporanea? Mi chiedo se chi ha scritto questo bando abbia mai preso in mano una pergamena del XIII secolo e abbia provato a leggerla…

Capitolo professionisti: la giustificazione è terribile, perché il lavoro che faranno i tirocinanti viene comunque a togliere possibilità di impiego per i professionisti, e sarà un lavoro i cui risultati saranno tutt’altro che definitivi. Si potevano scegliere tante strade per investire questi soldi, dai tirocini ad assegni di ricerca, dai contratti di apprendistato a contratti di formazione da espletare dentro le aziende su specifici progetti nei BB.CC. Invece no, si fa mucchio, si fa numero, in modo del tutto casuale, con criteri che sono meramente giuridici ma che con la realtà dei fatti hanno ben poco a che vedere.

Prendiamo atto di una cosa: il Presidente Letta alla presentazione del decreto affermò che si valorizzava il lavoro dei giovani. Oggi il Ministro sottolinea che non si tratta assolutamente di lavoro, ma semplicemente di un tirocinio di formazione «per offrire a neolaureati l’opportunità di una specializzazione che li portasse dentro il patrimonio culturale». In pratica creeremo 500 giovani con una specializzazione che non sapranno come spendere nel mercato del lavoro (l’incredibile miopia di creare la figura professionale del “digitalizzatore culturale”, un obbrobbio giuridico e professionale), a meno che il Ministero della Cultura ritenga che questo capitolo della valorizzazione non abbia bisogno dell’impiego diretto di professionisti e professionalità del mondo della cultura, ma un generico impiego di persone formatesi tramite tirocinio. Una domanda sorge spontanea: quanti di quelli che supereranno il bando di selezione sono entrati in un Museo e hanno compreso quello che c’è dentro e cosa rappresenta? Non si è pensato che questo potesse essere un requisito fondamentale del bando, ovvero sapere almeno a grandi linee cos’è quello che si prende in mano per digitalizzarlo e valorizzarlo? E ai tanti o ai pochi (mi auguro nessuno) che risponderanno NO a questa domanda, noi faremo fare digitalizzazione e valorizzazione del patrimonio culturale. Ma come si può valorizzare ciò che non si conosce? Allora, il vulnus non è il merito di chi è chiamato a partecipare al bando, ma il merito di chi questo bando lo pensa, lo scrive, lo mette in atto, e più in generale gestisce il patrimonio culturale (sia ben chiaro non solo a livello politico ministeriale ma anche a livello tecnico-amministrativo).

Una riflessione finale: quand’è che l’Italia riterrà opportuno che a gestire il patrimonio culturale siano i professionisti della cultura (sia ben chiaro, con specifiche capacità e formazione, e non con semplici pezzi di carta), e non generici professionisti dell’economia, della finanza, di Twitter?

 

EDIT: 18/12/2018

Lunedì 16 dicembre, a seguito del clamore suscitato dall’emanazione del bando, il Ministero ha proceduto ad una modifica conservativa e riduttiva del bando stesso. Sparisce l’Italia del merito richiamata dal Ministro, si creano condizioni di formazione meno disumane, ma permangono gran parte delle problematiche già sollevate, tra cui quella sottolineata da Salvo Barrano che molte Regioni italiane non prevedono, per legge, retribuzioni statali di tirocinio o stage inferiori da €450 o perfino a €600, mentre questo bando come sappiamo prevede €416 mensili. Le modifiche si riassumono così:

  • Il voto di laurea necessario per accedere alla selezione è ora abbassato a 100/110
  • È stato cancellato il requisito di certificazione linguistica. Tuttavia ora è possibile presentare un livello di certificazione a partire dal B1, con assegnazione di punteggio supplementare
  • Il monte ore annuale complessivo di formazione è ora abbassato a 600 ore
  • Conseguentemente a queste modifiche è stato anche variata la tipologia di assegnazione del punteggio generale

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