#no18maggio se l’Archeologia è solo passatempo

A.A.A. professionisti rifiutasi

Fino a qualche tempo fa, salutavamo quasi con piacere il fatto che lo Stato organizzasse periodiche entrate gratuite nei musei: salutavamo l’attenzione alla cultura, la volontà di renderla accessibile a tutti, di aprire le porte ai cittadini. Questa volta qualcosa è cambiato: questa volta la notte bianca dei Musei che si svolgerà il 18 maggio è diventata un boomerang contro la cultura. È bastato che @g_gattiglia lanciasse su Twitter l’hashtag #no18maggio, chiedendosi se fosse giusto che l’archeologia sia lasciata in mano ai dilettanti, che subito un’ondata ha travolto l’iniziativa, arrivando addirittura fino alle “segrete stanze” di chi questa decisione l’ha presa e nonostante tutto continua a difenderla.

Il prossimo 18 maggio i musei rimarranno aperti grazie ai volontari: l’Italia è il Paese che ha fatto del terzo settore, quello del volontariato, una punta di diamante di fronte al mondo intero. Ma se 50 anni fa, quando neanche esisteva il Ministero dei Beni Culturali, lo scavo archeologico fatto da dilettanti era un bel passatempo, oggi continuare a ragionare in questi termini è una devastazione della disciplina: il volontariato deve tornare ad essere una risorsa positiva per il movimento culturale, non può essere la pezza che toglie lavoro ai professionisti più di quanto già non glielo tolgano amministratori incompetenti e politici ancora più incompetenti di loro.

Parliamoci chiaro: l’intera filiera dei BB.CC. fa oramai acqua da tutte le parti. L’archeologo è una figura aleatoria, legalmente non riconosciuta, ufficialmente inesistente (chi può dirsi archeologo? Rispondete al sondaggio promosso dalla CIA e scoprirete che per tanti basta una laurea condita con un po’ di esperienza e si è già archeologi, come se un chirurgo possa essere tale con una semplice laurea in medicina e qualche pancia aperta a qualcuno!), professionalmente bistrattata e spesso pure insultata a livello civile. Vi è mai capitato di conoscere archeologi insultati perché assunti da un museo dove fino al giorno prima lavoravano volontari, che si sentono “minacciati” dall’arrivo del professionista? Vi è mai capitato, voi archeologi, di dover fare i salti mortali per dover fare una cavolo di foto ad un reperto e scoprire che poi il museo paga prodotti fotografici del piffero fatti da gente che sta alla fotografia come i cavoli a merenda? A me più di diverse volte, purtroppo.

Diciamocela tutta, a troppe persone fa comodo che nel campo dei BB.CC. la meritocrazia sia inesistente, quasi sputata: fa comodo perché chi è nel giro, ha il dottorato assicurato, ha le commissioni delle Soprintendenze assicurate, ha gli agganci e gli ammanicamenti giusti quanto meno per tirare a campare. E se non sei del giro, beh peggio per te, perché ti dovrai ritrovare a fare a gara con il volontario: il quale però lavora gratis perché tanto per lui è un passatempo, mentre per te significa portare il pane a casa. Così magari lo scavo lo fanno fare alle associazioni di volontariato, le quali naturalmente distruggeranno tutto e pubblicheranno zero, perché sotto la guida di archeologi che quando va bene hanno una normalissima laurea e tecnicamente neanche il diritto ad essere considerati direttori scientifici di scavo. Ruolo che ricopre naturalmente qualche ispettore della Soprintendenza, così che lui si garantisce la pubblicazione da qualche parte, il resto a ramengo. C’è anche da chiedersi perché lo scavo deve essere materia di imprese edili, e non di archeologi, altro tema di cui forse un giorno bisognerà pur discutere.

Il 18 maggio è la mortificazione della cultura: perché bistratta i professionisti e sfrutta i volontari. BASTA con questa storia degli ingressi gratuiti ai musei per poi sentirsi dire che non ci sono soldi. Se questi soldi non ci sono, perché vogliamo a tutti i costi far entrare gratuitamente la gente nei musei chiedendo alle persone di tenerli aperti in modo volontario, senza retribuzione neanche forfettaria, oppure senza straordinari? Perché non è possibile semplicemente far pagare l’ingresso ridotto o quanto meno una cifra forfettaria di qualche euro? In questo Paese vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca: pensiamo che la cultura sia un fatto unicamente appannaggio dello Stato, il quale deve a tutti i costi garantirla. Vi siete mai chiesti com’è possibile che rimangano aperti musei che hanno 1 solo visitatore pagante l’anno? Com’è possibile che si spendano €50.000 di stipendi a fronte di €3 di incassi? Come ha scritto Gian Antonio Stella, un conto è dire che la cultura non deve autoalimentarsi perché non è una impresa di lucro, un altro conto è dire che debba solo pesare sulle casse dello Stato. Il quale per tenere aperti i musei spende oltre il 70% del budget generale, ovvero i musei sono autosufficienti solo per il 30%, mentre all’estero questa percentuale è invertita. Merito di chi pensa che ogni paesello debba avere il suo museo, e di persone ammanicate con le amministrazioni comunali che riescono a farsi approvare progetti il cui business plan è fallimentare solo a leggerne il titolo (la storia del MAV in Campania è illuminante sotto questo profilo). Però ti vengono a dire che la cultura è importante, ma importante per chi?

Oramai la cultura si declina solo in termini economici: bisogna valorizzare i BB.CC. ma non per dare lavoro ai professionisti della cultura, solo per aumentare i turisti e ingrassare l’indotto. La cultura ci serve per dare da mangiare ad albergatori, ristoratori, tour operator, etc. Ma quando arriva il turno degli archeologi? Quelli veri intendo, i professionisti, non le signorotte in pelliccia che vanno a farsi il Gran Tour alla maniera ottocentesca. Paolo Gull ha detto che la cultura è una cosa seria e come tale va fatta gestire ai professionisti. Cosa ancora più triste è che invece neanche la valorizzazione viene lasciata a loro (i quali a loro volta in passato l’hanno schifata), ma affidata a società improvvisate, che fallite sul mercato tradizionale cercano di riciclarsi in quello dei BB.CC., e forse un giorno qualcuno si dovrà decidere a scrivere due parole sulle app assurde che girano sugli store online e che spesso vengono fatte passare come il non plus ultra dell’innovazione tecnologica nella cultura. E mi scuserete il francesismo se dico che molte di queste applicazioni fanno cagare banane: credetemi se questa espressione è fin troppo eufemistica. Perché le ricostruzioni 3D le deve fare Paco Lanciano? Perché i tour virtuali li devono fare i commercialisti improvvisati che hanno la fortuna di essere ben ammanicati? Oppure ancora dei volontari che la sera hanno letto qualche tutorial in rete e il giorno si sono messi a scrivere app per smartphone con il consenso del direttore del museo? È mai possibile che dei tanti archeologi perfettamente in grado di fare queste cose non ce ne sia uno che venga chiamato quanto meno a collaborare? Naturalmente con un minimo di retribuzione, perché ad essere chiamati a collaborare a livello gratuito non si risolve nulla.

Sarà questo 18 maggio la goccia che farà traboccare il vaso? Quella che ci farà rendere conto che se Pompei crolla non è solo colpa dei politici ma anche di chi amministra Pompei? Perché al sud ci si lamenta della mancanza di fondi economici ma poi decine di miliardi dell’Unione Europea tornano a Bruxelles perché chi di dovere non sa come spenderli? Salvo poi persino rifiutarsi di darti un permesso per fare un lavoro del tutto gratuito e che regaleresti pure all’istituzione di turno! Perché facciamo petizioni internazionali, puntualmente deprecando il nostro Paese di fronte al mondo intero, per la discarica di Villa Adriana, ma non facciamo petizioni internazionali contro il modo in cui viene gestito il bene culturale in Italia? Contro l’uso sfrontato del volontariato, a danno dei professionisti sempre più frequentemente annichiliti, sottopagati quando pagati e insultati nella loro professione. Va bene, l’open data ci aiuterà a fare piazza pulita dell’incompetenza più lampante, ma quel giorno chissà cosa sarà rimasto della cultura a livello professionale e cosa invece della cultura come passatempo, della cultura come Gran Tour, della cultura come gita fuori porta la domenica, della cultura come partite di pallone sui prati della Reggia di Caserta, con ambulanti, cartomanti e financo spacciatori (i quali naturalmente entrano tutti gratis).