Corso in Geomatica per i Beni Culturali

Le iscrizioni chiudono il 22 febbraio

Si chiudono dopodomani venerd’ 22/02/2013 le iscrizioni per partecipare al Corso di perfezionamento in Geomatica per la conservazione dei Beni Culturali, che si terrà a Firenze sotto la supervisione della prof.ssa Grazia Tucci. Si tratta di un corso particolare nel panorama italiano, essendo di fatto l’unico che offre competenze che spaziano dal rilievo 3D al monitoraggio strutturale, dalla cartografia alle analisi termografiche. Con tali premesse, il corso risulta particolarmente indicato per tutti coloro che operano nel settore dei Beni Culturali a livello di studio, ricerca, documentazione e conservazione.

La quota di iscrizione ammonta a €1.200, dimezzata a €600 qualora il candidato sia un laureato con età massima compiuta di 28 anni. La qualifica minima per essere ammessi è la laurea di primo livello, o triennale. A tenere le lezioni saranno alcuni tra i maggiori esperti in campo nazionale ed internazionale nei loro ambiti di applicazione, in particolare segnalo la presenza di F. Remondino di FBK. Le lezioni di articolano in 120 ore di lezione frontali + 150 ore di tirocinio facoltativo e verteranno nello specifico sui seguenti argomenti:

  • Nuove tecniche per il rilievo architettonico ed archeologico
  • Introduzione alla misura e al trattamento delle osservazioni
  • GIS a scala urbana e architettonica
  • Cartografia per la professione
  • Sistemi a scansione per il rilievo urbano ed architettonico
  • Digitalizzazione di reperti archeologici ed opere di arte plastica
  • Sistemi “image-based” per la generazione di modelli 3D
  • Termografia
  • Visualizzazione e fruizione su web di modelli virtuali
  • Strumenti e tecniche di monitoraggio
  • Tecniche di misura GNSS e trattamento dei dati

Potete trovare una recensione del corso su Archeomatica di settembre 2012. Amici che hanno avuto modo di frequentare le edizioni passate hanno lodato soprattutto l’attenzione alla pratica sul campo.

Per tutte le informazioni, i bandi, i contatti, etc., potete collegarvi al sito ufficiale del corso: Geomatica per la conservazione.

Atti del Seminario di Archeologia Virtuale 2012

Disponibile il volume digitale

Con un po’ di ritardo, anche quest’anno viene pubblicato il volume contenente gli Atti del Seminario di Archeologia Virtuale: Comunicare in Digitale tenutosi a Roma il 19-20 giugno 2012.

  • Archeologia Virtuale: Comunicare in Digitale [Formato Kindle]

Contenuti e bibliografia sono stati naturalmente aggiornati rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 7 mesi, ove necessario: questa edizione del volume sarà disponibile soltanto in formato digitale (altrimenti, che comunicazione digitale è?), attualmente è in vendita sullo store di Amazon, in formato Kindle quindi compatibile con tutte le piattaforme e tutti i dispositivi, presto sarà disponibile anche in formato proprietario per piattaforma iOS.

Essendo che in formato digitale per un reader i numeri di pagina non esistono, pregasi di apporre attualmente la dicitura “s.n.p.” (senza numero di pagina) accanto alla citazione di ogni contributo, che per il resto rispetta la normale citazione bibliografica (la casa editrice è Espera S.r.l. pertanto il volume ha come edizione “Roma 2013”).

Il prezzo è di €2,99 (+iva Amazon ove applicabile) per gli store europei, oppure $4 se comprato sullo store statunitense e sugli altri store internazionali. Amazon applica la politica del 70% di royalties a chi pubblica il libro, quindi per trasparenza sappiate che su ogni copia venduta vengono incassati effettivamente meno di €1,98, che come sempre saranno messi da parte per finanziare le prossime edizioni del seminario: più volumi comprate, più belle saranno!

UPDATE: A partire dagli ultimi giorni di marzo, come promesso l’ebook è disponibile su una vasta quantità di store online, di cui cito per motivi di spazio soltanto i principali con relativo link (la lista sarà progressivamente in base all’effettiva disponibilità del download). Come sopra, per trasparenza, sul Google Store la politica è del 70% di royalties, negli altri casi del 60% di royalties. Su alcune piattaforme potete trovare un prezzo variabile di alcuni centesimi, il fatto è dovuto al modo in cui i vari store applicano l’iva, da noi non controllabile.

  • Google libri (anteprima tratta da un formato ePUB e non PDF, la visualizzazione è differente rispetto alla digitalizzazione di normali libri cartacei)
  • Google Play €2,99
  • lafeltrinelli.it €2,99
  • libreriarizzoli.corriere.it €2,99
  • inmondadori.it €2,99
  • deastore.com €2,99
  • ebook.it €2,99
  • unilibro.it €2,99

Dal riquadro sottostante sarà invece possibile acquistare direttamente il volume attraverso la piattaforma UltimaBooth, al prezzo di €2,99:

Dopo Pasqua sarà disponibile sia sull’Apple Store per iPad e iPhone che il volume stampato in formato cartaceo, ad uso di biblioteche, etc..

Se non avete disponibile un Kindle Fire potete scaricare gratuitamente l’applicazione di lettura Kindle, disponibile per iPhone, iPad, Android, Windows 8, PC e Mac:

Attendiamo ansiosi i vostri commenti, le vostre domande, le vostre critiche e naturalmente le vostre correzioni!

3D Arch 2013: a report

Il 25-26 febbraio si è tenuta la 5ª edizione del Workshop Internazionale 3D Virtual Reconstruction and Visualization of Complex Architectures: tenutosi per la terza volta in quel di Trento, quest’anno nella sede scientifica della Fondazione Bruno Kessler, viene promosso ed organizzato da Fabio Remondino, responsabile dell’unità 3DOM della stessa FBK e tra i massimi esperti a livello internazionale nel campo fotogrammetrico. L’intensa due giorni è stata articolata lungo 8 sessioni a coprire la maggior parte delle tematiche inerenti il topic principale: sebbene una sessione specificamente dedicata al Cultural Heritage questa volta è mancata, sostituita da un più generico Historic Buildings per evitare sovrapposizioni con il CIPA di settembre, non di meno svariati sono stati i progetti dal chiaro sfondo archeologico.

Nella prima sessione, i progetti presentati da un team greco sulla Stoà di mezzo nell’Agorà di Atene e un progetto vietnamita al quale partecipa il Politecnico di Milano sotto la guida di Gabriele Guidi hanno mostrato il felice uso integrato di varie tecnologie: laser scanner ToF, modellazione tridimensionale, software come Autodesk 123DCatch e Photoshop integrati insieme hanno consentito una puntuale ricostruzione dell’antico edificio greco; in oriente, ancora laser scanner e Structure from Motion, unitamente alla modellazione di strutture scomparse (con Luxury MODO) in accordo con la documentazione storica a disposizione, hanno permesso di indagare le possibilità volumetriche degli edifici e proporre una ricostruzione architettonica quanto più fedele possibile all’indagine archeologica.

La seconda sessione è stata aperta con una presentazione riguardante la possibilità di ottenere nuvole di punti di edifici dalle quali estrarre elementi piani da classificare semanticamente e collegare ad informazioni di tipo termale, un campo di indagine utile per la prevenzione di dannose infiltrazioni d’acqua ma non solo. Dalla Spagna un progetto sul ponte di Alcantara e la cattedrale di Coria, nei quali a partire dalle geometrie ottenute da stazione totale (Faro LS840) e laser scanner (Leica C10) è stato possibile modellare in 3D superfici complesse in grado di restituire sezioni paragonabili con i rilievi storici, dai quali ottenere ad es. informazioni sulla tenuta statica e gli spostamenti nel tempo delle architetture. Quanto emerso da questa ricerca è: «understanding geometry accuracy as possibile for heritage conservation». Dall’Italia un algoritmo utile alla ricostruzione di forme a partire da nuvole di punti ottenute da laser scanner: nel caso della Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane (uno dei capolavori dell’architettura barocca firmato dal Borromini) è stato possibile paragonare (attraverso la tecnica del poligrafo) i disegni dell’architetto con l’effettiva realizzazione; uno studio che consente di approfondire le conoscenze architettoniche oltre il semplice spoglio della documentazione storica.

Dal RomeLab dell’UCLA un bel progetto su come l’integrazione di dati geofisici all’interno di software procedurale possibile con l’accoppiata ArcGIS+City Engine di ESRI offre la possibilità di generare ambienti virtuali navigabili all’interno di un game engine come Unity, così da replicare virtualmente la visione diacronica dell’evoluzione spaziale in antico a Magnesia sul Meandro. In relazione alla modellazione parametrica, permanendo la difficoltà di sintetizzare l’architettura antica all’interno di formule matematiche, sono allo studio librerie in grado di facilitare l’inserimento in scena di oggetti complessi e non lineari, soprattutto nell’ottica dell’integrazione con processi di Building Information Modeling (BIM), nell’ottica della segmentazione semantica (Autodesk Revit) o ancora nel caso di applicazioni GIS. Una seconda sessione sul tema si è tenuta il secondo giorno, durante la quale è stato presentato un prototipo (GreenSpider) che consentirà in futuro di gestire nuvole di punti all’interno di questi software nell’ottica di ricostruire dati spaziali utili alle strategie di documentazione del bene culturale. Altro plugin presentato è stato HBIM Façade, utile per generare velocemente facciate di edifici aderenti al reale, magari per collegare informazioni storiche alla geometria. D’altronde la necessità di avere modelli tridimensionali degli edifici storici si fa sempre più pressante proprio nell’ottica della loro manutenzione e amministrazione, e la necessità di poter consultare un dato preciso e aggiornato è di fondamentale importanza.

Tornando alla corretta sequenza temporale delle sessioni, interessante il progetto 3D-Antlers, portato avanti con hardware low-cost come il David Laser Scanner o l’Artec MH per poter costruire un catalogo delle corna di cervo. È stata poi la volta della presentazione di un workflow pratico sul come giungere dal modello 3D ottenuto da fotogrammetria e point cloud, al modello trattato per game engine, attraverso processi di triangolazione della mesh, quad-poly, low-poly e tecniche di backing; l’utilizzo dei Level of Details (LoD), oggi reso semplice dagli Shader Model in versione 5.0 è attualmente il sistema migliore per bilanciare visualizzazioni realistiche e performance. Molto interessante la possibilità di sfruttare tecniche di Shape from Shading (SfS) nell’analisi topografica, anche con la creazione di immagini RTi, ovvero Reflectance Transformation image: «what for is even more important than the how, where and when».

Sul keynote d’apertura della seconda giornata, relativo all’utilizzo delle “airborne oblique imaging”, vi invito a leggere quanto ho scritto sul report sintetico pubblicato sul sito di Archeomatica. La prima sessione della mattinata è stata dedicata alle problematiche relative all’automazione e l’image registration: presentato un nuovo approccio che soprattutto nel caso dei “repetitive texture patterns” (come comprensibile, uno dei grandi problemi della Computer Vision), parte dalla progettazione preventiva di un camera network così da guidare preventivamente l’approccio al matching pre-impostando i parametri dell’orientamento esterno, pipeline che risulta estremamente più rapida e precisa del “full pairwise”. Dalla Francia, laboratorio guidato da Livio De Luca, arriva un altro tool della loro suite dedicato all’annotazione semantica: il sistema si avvale di APERO per la triangolazione delle immagini, MicMac per la misura delle superfici, infine viene generata la cloud point; le annotazioni semantiche generate su un’immagine attraverso la “nuvola” vengono mappate sulle singole immagini attraverso un recupero delle coordinate 3D: ogni immagine, costruita pixel by pixel, subisce di conseguenza la propagazione delle annotazioni. Permangono ancora alcuni problemi irrisolti, dovuti per esempio alle occlusioni che si verificano sulla porzione selezionata su un’immagine ma non visibile su un’altra.

Nel campo del multi-view stereo è in arrivo dall’IFP di Stoccarda il nuovo SURE, algoritmo per il matching che parte dall’assunto di stimare la profondità per ogni pixel dell’immagine, partendo dall’assunto che per il modello un piccolo angolo di intersezione è necessario per completare il matching, ma un ampio angolo di intersezione è richiesto per la precisione. Dall’Italia, 3DFlow ha messo a punto recentemente il nuovo programma SAMANTHA (free for non-commercial purposes), il quale calcola la mappa di profondità per ogni camera, ottenendo una fusione delle varie mappe all’interno di uno spazio volumetrico: il vantaggio ottenibile è che può lavorare in totale assenza di riferimenti di camera, ovvero procede ad un orientamento completamente automatico e completamente autocalibrato delle immagini (a differenza di altri software come VisualSfM che si appoggiano ai dati EXIF delle foto, ove esistenti, per migliorare la qualità del matching). Nel campo della ricostruzione urbana è in atto il tentativo di mappare su una scansione LiDAR le textures ottenute da un dense stereo matching da cui si è ottenuto un singolo DTM.

Interessante un progetto greco che cerca di sfruttare il 3D come strumento di educazione e studio, che sia dunque otticamente perfetto e geometricamente accurato: laddove un software come Autodesk 123DCath ha fallito, così come la scansione a luce strutturata, è stato costruito un sistema di scansione che porta la nuvola di punti meshata all’interno di 3DS Max per una esportazione in obj. Una procedura che richiede tempo, la cui qualità è basata sull’esperienza: «each geometric documentation process has different requirements». Ancora dall’Italia, dal PoliMI, una bella comparazione su scenari a differente complessità di CV, stazione totale e laser scanner: l’obiettivo era ottenere una pipeline di generazione della mesh 3D completamente automatica, che non richiedesse l’uso di strumentazione, target o interventi umani. L’obiettivo è stato raggiunto con Agisoft PhotoScan, il cui modello comparato con una presa laser scanner è risultato estremamente puntuale sotto il profilo metrico. «The image block should have the right number of images»: come è stato sottolineato a fine presentazione, esiste un “warning”, ovvero la necessità di verificare sempre che il processo di CV sia accurato quanto necessario, ancorando il matching ottenuto all’interno di un sistema metricamente certo. Dall’Università di Bologna prosegue il lavoro di A.M. Manferdini sulla comparazione di differenti sistemi di ricostruzione 3D: ancora messo sotto torchio Autodesk 123DCatch, comparato con stazione totale e laser scanner. Quello che si è notato è che la stazione totale riscontra problemi in geometrie angolari, che gli algoritmi SfM incontrano notevoli difficoltà nel caso di ostacoli fissi e nel caso di spazi chiusi possono essere affetti dalla deformazione bidimensionale delle immagini. Per ora, il software Autodesk non soddisfa pienamente i criteri richiesti in archeologia, a differenza di altri software di medesimo tipo. Ne risulta che i sistemi range-based sono i più accurati in termini metrici, mentre i sistemi SfM sono da preferirsi in termini radiometrici.

Da quanto detto si può concludere che: alla fine ci si deve sempre appoggiare o a mire prese con stazione totale, o rilievi dense matching fotogrammetrico / laser scanner per verificare se la nuvola di punti è realmente corretta (ovvero se la deviazione totale è all’interno di un range accettabile). Allora, il risparmio tanto agognato con gli SfM dov’è se tanto poi bisogna comunque dotarsi di questi strumenti? Per una stazione totale decente, sempre €10.000 ci vogliono, per un sistema DSRL professionale completo (comunque necessario anche nel caso della Computer Vision) sono richiesti buoni €15.000 e un buon laser scanner oramai si può trovare a €25.000, che è sempre un taglio netto rispetto ai €50-70.000 richiesti fino a qualche anno fa, prima del grande ritorno della fotogrammetria e dell’esplosione della SfM. Se la questione è risparmiare due-tremila euro, non credo che sia una moneta barattabile con l’accuratezza di un rilievo metrico. E se com’è oramai appurato la differenza ammonta a 2cm appena, bisogna capire cosa ce ne facciamo della nuvola di punti: se è necessaria per valutare staticità e stabilità, dove lo spostamento di 1cm può essere molto grave e prodromico ad un possibile crollo, oppure se la frattura su una parete che ieri era di 0,7cm e oggi è di 1,5cm (quindi con uno scarto di appena 0,8cm ma estremamente pericoloso in termini di dinamica dei crolli), con una differenza di 2cm non saremo mai in grado di valutare correttamente questi eventi. D’altronde, al convegno è stato dimostrato come probabilmente uno dei migliori software di Computer Vision attualmente in commercio, ovvero Agisoft PhotoScan, fosse in grado di restituire nuvole di punti estremamente affidabili sotto il parametro metrico, ma l’operatore che ha ottenuto tale precisione poteva mettere in campo grande esperienza e praticità nella presa delle immagini fotografiche, vera chiave di volta degli algoritmi SfM. Ricorando come comunque, una presa metricamente affidabile è sempre e comunque necessaria, per assicurarsi che la nuvola di punti da CV in quel contesto sia realmente corretta: come dire, alla fine gli strumenti li devi comunque possedere, quindi il risparmio non si vede dove sia. Laddove se invece l’obiettivo è la rappresentazione visuale dei modelli questo tipo di strumenti risulta di grande vantaggio sia un termini di tempo risparmiato sia in termini di risultato finale.

Nell’ottica di una elevata affidabilità metrica sull’intero modello 3D risulta in definitiva ancora difficile ottenere una deviazione standard omogenea su tutte le superfici del modello, finendo per calcolare una media che altro non è se non un dato matematico ottenuto da una deviazione randomica e non controllata sull’intera superficie, quindi in sostanza un dato non scientifico, fine a se stesso. Questo, pur riconoscendo il grande impegno che sviluppatori e ingegneri stanno impiegando per mettere a punto formule matematiche sempre più precise: quanto presentato in questo convegno è una prova che la strada percorsa è quella giusta ed entro pochi anni si raggiungerà l’agnognato obiettivo. Ma allo stato attuale, le strategie di documentazione geometrica continuano ad essere profondamente dipendenti tanto dal cosa quanto dalla finalità. Permane pertanto la necessità di ancorare sempre il processamento delle immagini ad una presa strumentale la cui precisione è certificata e a punti d’appoggio di coordinate note. Tenendo poi a mente che non sempre è possibile applicare sulle strutture dei marker di precisione, vuoi per difficoltà tecniche, vuoi per impedimenti di tipo burocratico.

Per quanto dunque gli algoritmi di Computer Vision, spesso integrati in software open source (con licenza GPL o con divieto per usi commerciali), consentano all’archeologo di ottenere strutture tridimensionali metricamente affidabili, la parola chiave è sempre integrazione: di tecniche, di metodologie, di fonti e di dati. Come ho scritto su un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista Archeomatica, tutte le fasi di rilevamento e rilievo dipendono dall’oggetto e dalle finalità, dal “what”: non esiste la tecnologia all-in, valida sempre e ovunque, esiste solo la mente del ricercatore che sa scegliere e usare gli strumenti a sua disposizione nel miglior modo possibile. Diffidate sempre di chi “spaccia scatole magiche”.

Approfondimenti:

  • I paper in PDF dell’intero convegno
  • http://www.vision.deis.unibo.it/keypoints3d
  • http://www.pointclouds.org
  • http://etc.ucla.edu
  • http:///www.generative-modeling.org
  • http://www.ifp.uni-stuttgart.de
  • http://samantha.3dflow.net

È disponibile Archeomatica 4-2012

Il numero 4 2012 è online

È finalmente online il quarto numero di Archeomatica del 2012, previsto per dicembre. Il ritardo questa volta non ci dispiace, poiché mi è stato possibile contribuire in prima persona: tra i vari argomenti trattati ho infatti proposto una dura riflessione sull’attuale momento di transizione che sta vivendo l’Archeologia, travolta dalla rivoluzione digitale che a mala pena riesce a gestire. L’intervento dal titolo L’Archeologia del futuro: visioni da un futuro trapassato cerca di immaginare cosa potrebbe essere il nostro mondo se coloro che ne fanno parte continueranno a subire l’ondata informatica senza avere le capacità di gestirla, di spendersi in prima persona: in gioco non c’è soltanto il futuro della ricerca, oramai sempre più ridotta con le pezze ai gomiti dopo la decisione “storica” di sospendere gli scavi in aree private (d’altronde si sa, noi archeologi non dormiamo la notte per quanto lavoro abbiamo!), ma anche quello della comunicazione e valorizzazione, lasciato in mano ad expertise digitali che con il nostro mondo non hanno nulla a che vedere, bravissimi a proporre soluzioni tecniche roboanti ma spesso poco inclini a creare asset che oltre la spettacolarizzazione possano avere il compito di educare, di fare cultura, di fare ricerca. Ciò che è peggio, questa mania di quantità di dati digitali prodotti in maniera sempre meno scientifica per mancanza di risorse e tempo sta portando ad una deriva metodologica: l’importante è fare, come e con quali competenze non è più il focus dell’azione. Si sa, l’Italia è il Paese dove la meritocrazia vale poco o nulla e in un periodo di crisi economica perdurante i Beni Culturali sono sfruttati per riciclarsi in un ambito dove tutti si arricchiscono tranne gli archeologi. Importa il risultato, importa far vedere di essere moderni, importa stupire, importa far finta di essere all’avanguardia: non importa cosa ci si può fare con le nuove tecnologie, non importa che valore hanno quei dati, non importa come ragionare sui temi dell’open data e dell’open format. Tra 20 anni, chi ci avrà rimesso secondo voi? So che molti non saranno d’accordo con me, che parleranno male di quanto ho scritto, che hanno una visione affatto diversa dalla mia: è giusto così, si costruisce confrontandosi e non certo con il pensiero unico. Ma lasciate che possa esprimere l’amarezza di chi, a 31 anni con un dottorato alle spalle, 4 corsi di specializzazione al CNR, alla SNS, a FBK, al CINECA, Master e certificazioni internazionali non vede uno straccio di futuro che non sia quello di una meritocrazia messa sotto i piedi del “vanno avanti i soliti noti”. C’è amarezza, percepibile nel volto e nelle parole di tanti miei coetanei che vedono la forza della gioventù tarpata da un sistema ingessato, che funziona sempre uguale, che si vuole cambiare affinché nulla cambi, all’interno del quale non si sa come accedere perché è innegabile che sia un mondo dove se non sei “amico” meglio cambiare mestiere.

Vi ricordo che Archeomatica può essere acquistata in formato cartaceo abbonandosi per un anno al prezzo promozionale attuale di €20. Rimane la possibilità di leggere online gli articoli al seguente indirizzo: http://issuu.com/geomedia/docs/archeomatica_4_2012_1/2; e presto i PDF saranno disponibili sul sistema OJS. In questo numero:

Editoriale 

– C’era una volta SBN, di Francesca Salvemini

Documentazione

– Utenti e visitatori dalla banca dati digitale al museo interattivo, Valorizzazione, ricerca e sviluppo di tecnologie digitali per la Protostoria egea e cipriota, di Luca Bombardieri, Anna Margherita Jasink

Rivelazioni

– La tecnologia a neutralizzazione di carica per la deumidificazione delle murature soggette a risalita capillare, di Davide Mauri

Musei

– Multimedialità e scultura digitale fanno rivivere l’Athena Nike, a cura della Redazione

Intervista

– Intervista a Laura Tassinari, direttore generale FILAS, a cura della Redazione

Documentazione

L’Archeologia del futuro: visioni da un futuro trapassato, di Simone Gianolio

– Morfometria Geometrica non invasiva su semi archeologici di vite per risalire all’origine di antiche varietà antropiche, di Claudio Milanesi, Lorenzo Costantini, Frnacesca Antonucci, Paolo Menesatti, Corrado Costa, Claudia Faleri, Andrea Sorbi, Rita Vignani, Mauro Cresti

Guest Paper

– Complementary techniques for pigment analysis from the festival hall of Thutmosis III, the Karnak temples complex (Luxor, Egypt), by Hussein H, Marey Mahmoud

– Some aspects of the research in the Laboratory of the Musée de la Musique, Paris Cité de la Musique, by Stéphane Vaiedelich

Scheda Tecnica

– D&RAlab: indagini non invasive per tutti, applicate alla vita di tutti i giorni

E inoltre le Rubriche di Archeomatica:

Agorà – notizie dalle tecnologie per i beni culturali

Aziende e Prodotti – soluzioni allo stato dell’arte

Eventi – Agenda degli eventi del settore

Social – Archeomatica su Facebook

#no18maggio se l’Archeologia è solo passatempo

A.A.A. professionisti rifiutasi

Fino a qualche tempo fa, salutavamo quasi con piacere il fatto che lo Stato organizzasse periodiche entrate gratuite nei musei: salutavamo l’attenzione alla cultura, la volontà di renderla accessibile a tutti, di aprire le porte ai cittadini. Questa volta qualcosa è cambiato: questa volta la notte bianca dei Musei che si svolgerà il 18 maggio è diventata un boomerang contro la cultura. È bastato che @g_gattiglia lanciasse su Twitter l’hashtag #no18maggio, chiedendosi se fosse giusto che l’archeologia sia lasciata in mano ai dilettanti, che subito un’ondata ha travolto l’iniziativa, arrivando addirittura fino alle “segrete stanze” di chi questa decisione l’ha presa e nonostante tutto continua a difenderla.

Il prossimo 18 maggio i musei rimarranno aperti grazie ai volontari: l’Italia è il Paese che ha fatto del terzo settore, quello del volontariato, una punta di diamante di fronte al mondo intero. Ma se 50 anni fa, quando neanche esisteva il Ministero dei Beni Culturali, lo scavo archeologico fatto da dilettanti era un bel passatempo, oggi continuare a ragionare in questi termini è una devastazione della disciplina: il volontariato deve tornare ad essere una risorsa positiva per il movimento culturale, non può essere la pezza che toglie lavoro ai professionisti più di quanto già non glielo tolgano amministratori incompetenti e politici ancora più incompetenti di loro.

Parliamoci chiaro: l’intera filiera dei BB.CC. fa oramai acqua da tutte le parti. L’archeologo è una figura aleatoria, legalmente non riconosciuta, ufficialmente inesistente (chi può dirsi archeologo? Rispondete al sondaggio promosso dalla CIA e scoprirete che per tanti basta una laurea condita con un po’ di esperienza e si è già archeologi, come se un chirurgo possa essere tale con una semplice laurea in medicina e qualche pancia aperta a qualcuno!), professionalmente bistrattata e spesso pure insultata a livello civile. Vi è mai capitato di conoscere archeologi insultati perché assunti da un museo dove fino al giorno prima lavoravano volontari, che si sentono “minacciati” dall’arrivo del professionista? Vi è mai capitato, voi archeologi, di dover fare i salti mortali per dover fare una cavolo di foto ad un reperto e scoprire che poi il museo paga prodotti fotografici del piffero fatti da gente che sta alla fotografia come i cavoli a merenda? A me più di diverse volte, purtroppo.

Diciamocela tutta, a troppe persone fa comodo che nel campo dei BB.CC. la meritocrazia sia inesistente, quasi sputata: fa comodo perché chi è nel giro, ha il dottorato assicurato, ha le commissioni delle Soprintendenze assicurate, ha gli agganci e gli ammanicamenti giusti quanto meno per tirare a campare. E se non sei del giro, beh peggio per te, perché ti dovrai ritrovare a fare a gara con il volontario: il quale però lavora gratis perché tanto per lui è un passatempo, mentre per te significa portare il pane a casa. Così magari lo scavo lo fanno fare alle associazioni di volontariato, le quali naturalmente distruggeranno tutto e pubblicheranno zero, perché sotto la guida di archeologi che quando va bene hanno una normalissima laurea e tecnicamente neanche il diritto ad essere considerati direttori scientifici di scavo. Ruolo che ricopre naturalmente qualche ispettore della Soprintendenza, così che lui si garantisce la pubblicazione da qualche parte, il resto a ramengo. C’è anche da chiedersi perché lo scavo deve essere materia di imprese edili, e non di archeologi, altro tema di cui forse un giorno bisognerà pur discutere.

Il 18 maggio è la mortificazione della cultura: perché bistratta i professionisti e sfrutta i volontari. BASTA con questa storia degli ingressi gratuiti ai musei per poi sentirsi dire che non ci sono soldi. Se questi soldi non ci sono, perché vogliamo a tutti i costi far entrare gratuitamente la gente nei musei chiedendo alle persone di tenerli aperti in modo volontario, senza retribuzione neanche forfettaria, oppure senza straordinari? Perché non è possibile semplicemente far pagare l’ingresso ridotto o quanto meno una cifra forfettaria di qualche euro? In questo Paese vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca: pensiamo che la cultura sia un fatto unicamente appannaggio dello Stato, il quale deve a tutti i costi garantirla. Vi siete mai chiesti com’è possibile che rimangano aperti musei che hanno 1 solo visitatore pagante l’anno? Com’è possibile che si spendano €50.000 di stipendi a fronte di €3 di incassi? Come ha scritto Gian Antonio Stella, un conto è dire che la cultura non deve autoalimentarsi perché non è una impresa di lucro, un altro conto è dire che debba solo pesare sulle casse dello Stato. Il quale per tenere aperti i musei spende oltre il 70% del budget generale, ovvero i musei sono autosufficienti solo per il 30%, mentre all’estero questa percentuale è invertita. Merito di chi pensa che ogni paesello debba avere il suo museo, e di persone ammanicate con le amministrazioni comunali che riescono a farsi approvare progetti il cui business plan è fallimentare solo a leggerne il titolo (la storia del MAV in Campania è illuminante sotto questo profilo). Però ti vengono a dire che la cultura è importante, ma importante per chi?

Oramai la cultura si declina solo in termini economici: bisogna valorizzare i BB.CC. ma non per dare lavoro ai professionisti della cultura, solo per aumentare i turisti e ingrassare l’indotto. La cultura ci serve per dare da mangiare ad albergatori, ristoratori, tour operator, etc. Ma quando arriva il turno degli archeologi? Quelli veri intendo, i professionisti, non le signorotte in pelliccia che vanno a farsi il Gran Tour alla maniera ottocentesca. Paolo Gull ha detto che la cultura è una cosa seria e come tale va fatta gestire ai professionisti. Cosa ancora più triste è che invece neanche la valorizzazione viene lasciata a loro (i quali a loro volta in passato l’hanno schifata), ma affidata a società improvvisate, che fallite sul mercato tradizionale cercano di riciclarsi in quello dei BB.CC., e forse un giorno qualcuno si dovrà decidere a scrivere due parole sulle app assurde che girano sugli store online e che spesso vengono fatte passare come il non plus ultra dell’innovazione tecnologica nella cultura. E mi scuserete il francesismo se dico che molte di queste applicazioni fanno cagare banane: credetemi se questa espressione è fin troppo eufemistica. Perché le ricostruzioni 3D le deve fare Paco Lanciano? Perché i tour virtuali li devono fare i commercialisti improvvisati che hanno la fortuna di essere ben ammanicati? Oppure ancora dei volontari che la sera hanno letto qualche tutorial in rete e il giorno si sono messi a scrivere app per smartphone con il consenso del direttore del museo? È mai possibile che dei tanti archeologi perfettamente in grado di fare queste cose non ce ne sia uno che venga chiamato quanto meno a collaborare? Naturalmente con un minimo di retribuzione, perché ad essere chiamati a collaborare a livello gratuito non si risolve nulla.

Sarà questo 18 maggio la goccia che farà traboccare il vaso? Quella che ci farà rendere conto che se Pompei crolla non è solo colpa dei politici ma anche di chi amministra Pompei? Perché al sud ci si lamenta della mancanza di fondi economici ma poi decine di miliardi dell’Unione Europea tornano a Bruxelles perché chi di dovere non sa come spenderli? Salvo poi persino rifiutarsi di darti un permesso per fare un lavoro del tutto gratuito e che regaleresti pure all’istituzione di turno! Perché facciamo petizioni internazionali, puntualmente deprecando il nostro Paese di fronte al mondo intero, per la discarica di Villa Adriana, ma non facciamo petizioni internazionali contro il modo in cui viene gestito il bene culturale in Italia? Contro l’uso sfrontato del volontariato, a danno dei professionisti sempre più frequentemente annichiliti, sottopagati quando pagati e insultati nella loro professione. Va bene, l’open data ci aiuterà a fare piazza pulita dell’incompetenza più lampante, ma quel giorno chissà cosa sarà rimasto della cultura a livello professionale e cosa invece della cultura come passatempo, della cultura come Gran Tour, della cultura come gita fuori porta la domenica, della cultura come partite di pallone sui prati della Reggia di Caserta, con ambulanti, cartomanti e financo spacciatori (i quali naturalmente entrano tutti gratis).

Decreto “Valore Cultura”: basta la parola?

Culturali

Inversione di tendenza. Boccata d’ossigeno. Restituire la dignità perduta. Queste in sintesi le parole chiave deio giornali di partito e dei commentatori che hanno scritto sul decreto legge recentemente approvato dal Governo Letta e ribattezzato dal Ministro Bray “Valore Cultura”. Basta la parola? In realtà, a leggere le agenzie di stampa, bisogna rimanere con le antenne dritte: il testo del decreto non mi risulta sia ancora stato pubblicato (e come sempre capita, chissà nell’iter parlamentare cosa accadrà), e la presentazione lascia qualche perplessità, checché se ne dica. Parlando espressamente del settore dei Beni Culturali più specificatamente archeologici, si può notare che:

  • Pompei avrà una sua Soprintendenza, separata da quella di Napoli cui era collegata
  • Ci sarà un team di specialisti coordinati da un Direttore generale a seguire i lavori di restauro del “Grande Progetto Pompei”
  • Gli introiti del merchandising dei musei ritornano al MiBAC (e non più al Ministero dell’Economia come dal 2008)
  • Un tirocinio di 12 mesi per 500 giovani under 35 laureati in seno di BB.CC. in un programma straordinario in inventariazione e digitalizzazione del patrimonio

Sinceramente parlando, non occupandomi io di fondazioni liriche, cinema, arte contemporanea, etc., la parte espressamente relativa al Beni Culturali di tipo archeologico mi pare estremamente ridotta. Eccezion fatta per un riordino amministrativo che coinvolge Pompei (e chissà se sarà a costo zero), nessun investimento vero nel nostro patrimonio: una voce parla di fondi straordinari per i siti culturali che necessitano di interventi urgenti, ma si parla di appena 2 milioni di euro. E noi archeologi? Per ora rimaniamo a bocca asciutta: non ci sono investimenti nel settore e l’esntusiamo del Presidente del Consiglio sul lavoro ai giovani mi pare tanto una trovata giornalistica: un tirocinio di 12 mesi non è un lavoro, è uno stage formativo che poi potrebbe anche portare al nulla. Siamo per altro ben lungi dal sapere come questi 500 giovani verranno selezionati, con quali modalità, e come questo programma di digitalizzazione verrà portato avanti (il progetto pilota partirà nelle regioni Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, con i primi 100 ragazzi: alcune perplessità espresse da Salvo Barrano, presidente ANA, sono decisamente condivisibili): temo che la cosa non sarà a breve, e c’è perfino il rischio che diventi una pataccata di dimensioni colossali, per cui si fa il solito intervento tampone per far vedere che si fa qualcosa, ma poi in concreto nulla.

Perché il governo non dà i soldi ai Musei che possano investire in aziende altamente qualificate, pronte di conseguenza ad assumere giovani per portare a termine questo compito di inventariazione e digitalizzazione? Il corollario è che le aziende di settore rimangono senza sbocchi lavorativi, e il progetto annunciato dal Ministro non avrà un reale seguito, giacché poi, finiti i 12 mesi, i musei torneranno a non avere un euro svizzero per ampliare la propria offerta e proseguire il programma. O si spera di fare tutto in questi 12 mesi, e poi comunque questi 500 giovani che si vanteranno di avere questo tirocinio cosa ci potranno fare?

Per il momento rimaniamo alla finestra: non basta la parola per ridare dignità ad un settore da tutti maltrattato da molti anni. Speriamo che almeno Pompei ne trarrà giovamento, sebbene mi chiedo se non bastasse la Soprintendenza unica per garantire i lavori: era proprio necessaria la “solita” commissione ad hoc?

#500schiavi per il decreto disvalore subcultura

Alfine uscirono bandi e regolamenti. L’infausta scelta di creare 500 finti posti di lavoro si è rivelata poco altro (o niente altro a dirla tutta) che una grande farsa, data in pasto ai benpensanti che ancora credono che la cultura sia una questione di colore politico. Il decreto sulla cultura, al capitolo che riguarda 500 “giovani”, è il disvalore subcultura fatto giurisprudenza: il Ministero stabilisce che per poter accedere a questi bandi bisogna avere ottime qualifiche (tra cui una certificazione B2 di lingua inglese, non proprio comune), e certifica che queste alte qualifiche possono essere pagate meno di una pizza e di una birra in un locale che non sia una bettola. Il Ministero ci dice che gli archeologi laureati, qualificati, certificati, possono essere pagati €5000 lordi senza corresponsione dei buoni pasto: qualcuno ha notato che questa cifra è la massima prima di entrare nei contratti di lavoro (con relativi contributi), pensate se a proporla fosse stata la mia azienda… La lotta alla povertà estrema prevede almeno €700 al mese, qui se ne danno appena €416 che, ripeto, sono lordi e dai quali bisogna far uscire il pranzo giornaliero. Mettiamo pure un panino e una bottiglietta d’acqua al supermercato e sono €2, alla fine si fa fatica ad arrivare a guadagnare €300 al mese per fare questo tirocinio. Ma il problema non è solo il fattore economico, i problemi sono altri, quelli già sollevati:

  • il Ministero, invece di investire nella formazione universitaria, sceglie di porsi come attore formativo in alter ego al MiUR, un controsenso in se stesso
  • il Ministero chiama tirocinio o stage quella che in realtà è una incamerata di commessi, messi lì a fare digitalizzazione senza alcun progetto di studio serio e sensato, ma così, tanto per fare… così, tanto per togliere lavoro ai professionisti del settore
  • il Ministero affida questi tirocinanti alle Istituzioni che presumibilmente saranno individuate a tal proposito, ma quale istituzione italiana è così ferrata da poter garantire un percorso di formazione vero in questo settore dell’ICT applicato?

Il decreto e il relativo bando è sbagliato nella forma, nel metodo e nella sostanza. Fantozzi l’avrebbe detto meglio (se fosse stato un decreto corazzata). Non che io fin dall’inizio la pensassi diversamente, ma se i soldi non ci sono, perché fare elemosina? Allora fanno bene le aziende edili che ci vogliono pagare €7 l’ora, è molto ma molto di più che i €2 l’ora di questi stage. Il Ministero ci leva perfino le armi, oltre che la voglia, per far riconoscere la nostra professione. Allora, 2,5 milioni di euro potevano essere spese in altro modo, ad esempio:

  • 250 posti a €10.000 lordi, una vergogna ma almeno in grado di garantire un posto di lavoro subordinato degno di questo nome
  • 100 assegni da ricercatore (ognuno come noto da €25.000), con progetti specifici approvati dal Ministero su azioni di digitalizzazione del patrimonio
  • o in alternativa 100 progetti di digitalizzazione da far fare alle aziende specializzate con obbligo di assunzione di 100 giovani qualificati con contratto di lavoro di 12 mesi e relativa prospettiva di assunzione
  • assumere 25 persone con riguardo specifico a colmare l’arretratezza italiana nel campo delle tecnologie culturali, dando così un segnale anche rispetto alla ormai cronica carenza di personale nel quale versa il settore culturale amministrativo

La terza, non perché mi interessi direttamente, mi pare la via preferibile, se si vuole muovere il mercato del lavoro e fare progetti che siano tali, anche senza la P maiuscola. Così si buttano delle monetine a dei poveri disperati, che magari saranno perfino costretti a dire grazie. Oppure penseranno che è il solito sistema italico per far entrare un po’ di gente che poi, almeno in parte, finirà per essere regolarizzata con qualche concorsino interno. E tanti saluti, ancora una volta

Salvo Barrano ha detto È TEMPO DI LOTTA. Ma se sono più di vent’anni che non riusciamo a far firmare la Convenzione di Malta, se l’ultima modifica al regolamento dei professionisti s’è fatta beffa di quanto detto nei precedenti incontri con le associazioni, di fronte a tutto questo gli archeologi li prendono i forconi in mano e vanno a bloccare il GRA di Roma? Non dico di paralizzare il Lazio come loro fecero in Sicilia, ma almeno il GRA si può fare per dare un segnale forte? Se non il GRA, almeno la tangenziale come qualche volta in passato fecero gli studenti? Quando avverrà, quando chi si definisce archeologo si unirà ad un altro che si definisce archeologo (perché qui è guerra aperta tra poveri sia ben chiaro), allora forse le cose cambieranno. Secondo me, finirà soltanto che CIA prenderemo nell’ANA.

Approfondimenti:

Perché 500 giovani per la cultura: risponde il Ministro

Quando le risposte mettono a nudo il re

L’uscita del bando relativo a 500 posti di tirocinio del Decreto “Valore Cultura” è stato accolto con fragoroso rifiuto da migliaia di professionisti della cultura. A questi fanno da contraltare centinaia di giovani laureati che (pensano) di vedere in questa opportunità una possibilità di formazione spendibile nel mondo del lavoro. Le risposte del Ministro si possono sintetizzare in pochi punti:

  • avevamo 2,5 milioni di euro per la formazione e ci sembrava giusto spacchettarli in questo modo, creando tirocini
  • non è un concorso pubblico ma una possibilità offerta alle istituzioni di conoscere e formare i giovani
  • abbiamo richiesto requisiti alti per costruire un’Italia del merito
  • è un’occasione di formazione e non di concorrenza ai professionisti che ogni giorno lavorano nel settore

La giustificazione dell’errore è peggiore dell’errore stesso. Come ho provato a delineare nel precedente intervento su questo blog, i 2,5 milioni di euro potevano sì essere spesi in formazione, ma dando reali opportunità di lavoro ai ragazzi, facendoli entrare nelle aziende, mettendoli a contatto con progetti reali, finalizzati a qualcosa: qui invece il Ministero sceglie la strada interna, senza aver proposto alcun progetto di digitalizzazione e valorizzazione che non siano le parole stesse, dando quasi l’impressione che partecipare a questo bando consenta ai ragazzi di ottenere in futuro una via preferenziale nel mondo del lavoro e di futuri concorsi pubblici (altrimenti non si capisce perché il Ministro pone l’accento su quel far conoscere alle istituzioni i giovani): i giovani nelle istituzioni ci stanno tutti i giorni, grazie a progetti di studio, tesi di laurea, laurea specialistica, specializzazione e dottorato. Personalmente non conosco un solo archeologo che nella sua attività di ricerca non si sia dovuto confrontare con i funzionari delle varie istituzioni culturali (Musei, Archivi, Soprintendenze, etc.): ma questo il Ministro non può saperlo, perché lui non appartiene a questo mondo se non a livello nominale, grazie ad una carica conferitagli dal Governo attualmente in carica. Quindi, siccome il Ministero non può assumere, sceglie la strada della “collaborazione esterna” alla quale offrire a mala pena un rimborso spese.

La seconda grave topica è che il Ministero apre a questo bando di formazione tutta la gioventù italiana: non solo i laureati nel campo dei Beni Culturali e delle Scienze Umanistiche, ai quali non viene offerta nessuna via preferenziale pur trattandosi di un bando del MiBACT (come se un archeologo avesse possibilità di partecipare ai bandi di formazione in ingegneria, in architettura, etc.!), ma anche tutti i laureati nel campo delle scienze informatiche (cosa c’entra un laureato in sicurezza informatica nella digitalizzazione del patrimonio culturale non riesco a spiegarmelo: chiedo aiuto a quelli bravi) e chi più ne ha più ne metta. E al di là del voto di laurea, che mi sta benissimo portare a 110/110, si richiede non già una competenza diretta in questo settore (giusto un generico accenno al fatto che fanno punteggio attività formative di almeno 150 ore espletate in questo campo) ma una conoscenza dell’inglese a livello B2. A prescindere dal fatto che un tale livello di competenza i ragazzotti italiani se lo devono fare di tasca propria perché nessuna facoltà umanistica (che non sia lingua e letteratura straniera) dà la possibilità ai suoi studenti di preparare una certificazione del genere, giustamente qualcuno fa notare che ci si confronterà con documenti magari scritti in lingue antiche (latino e greco), per le quali l’inglese non fornisce alcuna comprensione ulteriore. E che dire dei documenti archivistici, scritti a mano secondo canoni medievali e post-medievali che richiedono competenze specifiche che solo gli archivisti acquisiscono, e non già un laureato in letteratura contemporanea? Mi chiedo se chi ha scritto questo bando abbia mai preso in mano una pergamena del XIII secolo e abbia provato a leggerla…

Capitolo professionisti: la giustificazione è terribile, perché il lavoro che faranno i tirocinanti viene comunque a togliere possibilità di impiego per i professionisti, e sarà un lavoro i cui risultati saranno tutt’altro che definitivi. Si potevano scegliere tante strade per investire questi soldi, dai tirocini ad assegni di ricerca, dai contratti di apprendistato a contratti di formazione da espletare dentro le aziende su specifici progetti nei BB.CC. Invece no, si fa mucchio, si fa numero, in modo del tutto casuale, con criteri che sono meramente giuridici ma che con la realtà dei fatti hanno ben poco a che vedere.

Prendiamo atto di una cosa: il Presidente Letta alla presentazione del decreto affermò che si valorizzava il lavoro dei giovani. Oggi il Ministro sottolinea che non si tratta assolutamente di lavoro, ma semplicemente di un tirocinio di formazione «per offrire a neolaureati l’opportunità di una specializzazione che li portasse dentro il patrimonio culturale». In pratica creeremo 500 giovani con una specializzazione che non sapranno come spendere nel mercato del lavoro (l’incredibile miopia di creare la figura professionale del “digitalizzatore culturale”, un obbrobbio giuridico e professionale), a meno che il Ministero della Cultura ritenga che questo capitolo della valorizzazione non abbia bisogno dell’impiego diretto di professionisti e professionalità del mondo della cultura, ma un generico impiego di persone formatesi tramite tirocinio. Una domanda sorge spontanea: quanti di quelli che supereranno il bando di selezione sono entrati in un Museo e hanno compreso quello che c’è dentro e cosa rappresenta? Non si è pensato che questo potesse essere un requisito fondamentale del bando, ovvero sapere almeno a grandi linee cos’è quello che si prende in mano per digitalizzarlo e valorizzarlo? E ai tanti o ai pochi (mi auguro nessuno) che risponderanno NO a questa domanda, noi faremo fare digitalizzazione e valorizzazione del patrimonio culturale. Ma come si può valorizzare ciò che non si conosce? Allora, il vulnus non è il merito di chi è chiamato a partecipare al bando, ma il merito di chi questo bando lo pensa, lo scrive, lo mette in atto, e più in generale gestisce il patrimonio culturale (sia ben chiaro non solo a livello politico ministeriale ma anche a livello tecnico-amministrativo).

Una riflessione finale: quand’è che l’Italia riterrà opportuno che a gestire il patrimonio culturale siano i professionisti della cultura (sia ben chiaro, con specifiche capacità e formazione, e non con semplici pezzi di carta), e non generici professionisti dell’economia, della finanza, di Twitter?

 

EDIT: 18/12/2018

Lunedì 16 dicembre, a seguito del clamore suscitato dall’emanazione del bando, il Ministero ha proceduto ad una modifica conservativa e riduttiva del bando stesso. Sparisce l’Italia del merito richiamata dal Ministro, si creano condizioni di formazione meno disumane, ma permangono gran parte delle problematiche già sollevate, tra cui quella sottolineata da Salvo Barrano che molte Regioni italiane non prevedono, per legge, retribuzioni statali di tirocinio o stage inferiori da €450 o perfino a €600, mentre questo bando come sappiamo prevede €416 mensili. Le modifiche si riassumono così:

  • Il voto di laurea necessario per accedere alla selezione è ora abbassato a 100/110
  • È stato cancellato il requisito di certificazione linguistica. Tuttavia ora è possibile presentare un livello di certificazione a partire dal B1, con assegnazione di punteggio supplementare
  • Il monte ore annuale complessivo di formazione è ora abbassato a 600 ore
  • Conseguentemente a queste modifiche è stato anche variata la tipologia di assegnazione del punteggio generale

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